A-ha!

“La gente capace di scherzare su sé stessa è gente a posto.”
(Avdo, tassista di Sarajevo)

“Sarà una risata che vi seppellirà” era lo sberleffo che gli anarchici rivolgevano ai gendarmi del regno d’Italia quando venivano arrestati. Proprio in quegli anni, all’inizio del secolo scorso, il filosofo francese Henri Bergson scriveva invece che la risata è uno dei modi in cui la comunità sanziona e corregge i comportamenti non conformi alle sue norme. Atto di resistenza sovversiva oppure forma di castigo sociale? Quale che sia la risposta, il ridere non è mai un’attività innocua. Ma Avdo, tassista di Sarajevo, mi ricorda che la risata non è sempre rivolta verso l’altro, oppressore o deviante che sia. Qualche volta l’oggetto della nostra risata siamo noi stessi: i nostri errori, le nostre contraddizioni, le nostre debolezze. Lo humour bosniaco, quell’umorismo nero che si prende gioco delle nefandezze della guerra, della solennità della morte, e soprattutto dell’assurdità che si cela dietro ogni proclamazione identitaria, funziona proprio così. Esso mette a nudo il nostro lato represso, grottesco, osceno, e dopo averci messo profondamente a disagio, ci libera con una risata. In questo senso, il ridere è uno strumento di conoscenza, forse uno dei più potenti. Ci rifletto, e mi viene in mente la teoria di un comico inglese, Jimmy Carr, che dice che ‘ha-ha’, il suono della risata, non è altro che una variante di ‘a-ha’, il suono della scoperta.
di Federico Sicurella

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