Dževad Karahasan o il centro del centro del mondo.

Dževad Karahasan

Dževad Karahasan è seduto sulla cattedra di una delle aule della Facoltà di Filosofia dell’Università di Sarajevo; immerso in una luce che oramai sembra dargli pace, una luce che si riflette nella rilassatezza dei suoi lineamenti e nel sorriso degli occhi, in un tutt’uno con la luce che entra dalla finestra aperta in un pomeriggio di sole di settembre.

Karahasan non parla – o meglio – non parla normalmente, recita;  compone con maestria i suoi pensieri e attinge ai suoi ricordi scandendo poeticamente le parole di una lingua ai più incomprensibile, rendendo universalmente chiaro quanto ha da dire, quanto ha da evocare. La stessa pace permane anche quando s’immerge in uno dei ricordi più dolorosi della sua esistenza, poiché – e lo si capisce immediatamente –  qualcosa di irrisolto è stato compreso anche se il tragico resta tragico.

Dževad lo sapeva che sarebbe accaduto; era in attesa che accadesse e nonostante tutto il lavoro che nei mesi precedenti aveva fatto per predisporsi mentalmente ad accogliere la cattiva notizia della Vijećnica (National and University Library of Bosnia and Herzegovina), questa lo colse comunque impreparato e, quando accadde veramente:

vissi questa notizia come uno shock dal quale non mi riprenderò mai più. In quel momento… non in quel momento, un po’ più tardi… per lungo tempo non sono riuscito a scrivere, a lavorare sul romanzo [Dnevnik selidbe, ndT]. Sapevo che forse sarei riuscito a superare quello shock, quel trauma, se fossi riuscito a scrivere qualcosa a proposito di esso. Almeno descrivere lo stato in cui mi trovavo. Almeno annotare le domande che mi si moltiplicano in testa. Ma non ha funzionato.

Il 1992, 1993.. non va, non riesco a scrivere neanche una singola frase su quell’evento.
Ho messo insieme il libro “Dnevnik Selidbe” – Il Centro del Mondo, nell’edizione italiana – senza il testo che ne sarebbe dovuto essere il centro. Il testo sull’incendio della Vijećnica.
Perché non riesco a scriverlo… Il libro è uscito in tedesco, in italiano, in inglese, in spagnolo, in francese, in polacco, in ceco, ma senza il testo che, secondo me, sarebbe dovuto esserne il centro. Perché io non riesco a scriverlo.
Solo nel 1996 l’ho scritto. E l’ho fatto, questo è interessante, dopo un lungo soggiorno a Piacenza, dove abbiamo lavorato su un mio pezzo teatrale. I miei gentili ospiti mi hanno concesso di visitare la Biblioteca Malatestiana. Mi sono seduto e sono rimasto per ore nella sala dei libri antichi. Seduto in silenzio.
E qualche mese più tardi sono riuscito a scrivere quel testo. Ovviamente, affrontando quelle domande che mi perseguitavano e che ancora mi perseguitano.

(tratto dall’intervista a Dževad Karahasan fatta a Sarajevo il 26 settembre 2012 durante le riprese del documentario Sarajevolution)

Con queste parole Dževad Karahasan ci racconta il percorso tragico e doloroso che lo porta a comporre quello che sarebbe dovuto essere e, che infine è stato “il centro del centro del mondo”, il racconto della Vijećnica.

Il centro del mondo

Dnevnik Selidbe viene pubblicato nel 1993 per i tipi di Duriex di Zagabria. In Italia viene pubblicato dal Saggiatore nel 1994 e riedito nel 1997 da EST. In entrambe le edizioni manca il “centro” del libro. Lo scorso settembre è uscita l’edizione completa del libro (con il pezzo sulla Vijećnica), pubblicata da ADV, all’interno della collana scritture e storia, diretta da Piero del Giudice. Il capitolo mancante ora si chiama “La geografia dell’ombra” e qui di seguito riporto degli estratti:

Ricevetti la notizia del rogo alla Vijećnica dai miei studenti Dino e Danis (Dino Mustafic e Danis Tanovic, ndT), che ne hanno filmato anche il triste spettacolo. […] Si poteva vedere il filmato dalla telecamera, così mi guardai l’incendio della Vijećnica e i tentativi di salvare almeno una parte di ciò che vi era custodito. Probabilmente pensai che l’orrore di quell’orribile notizia sarebbe scemato non appena si fosse concretizzato il suo significato, e trasformato in immagine, in scena reale, non appena l’immediatezza percettibile delle immagini m’avesse impedito di inventare, di creare con la fantasia, di costruire. Sebbene l’accaduto fosse terribile, era meno terribile di tutto ciò che sarebbe potuto accadere ancora e che la mente umana è in grado di immaginare. In qualche modo è un vantaggio – ridurre tutti gli orrori che ci possono capitare a uno solo, accaduto realmente. Se veramente ebbi quest’idea, ebbene era una sciocchezza – il che mi capita non di rado. Il gelo interiore, la sensazione di un buco alla base stessa dell’esistenza, rimasero tali e quali a prima di vedere il filmato. Con la concretizzazione non cambiò nulla.

Tutto rimase tale e quale, persino dopo essere stato sul luogo dell’incendio qualche giorno dopo e aver fatto, così, un passo avanti nella “concretizzazione e nell’oggettivazione dell’orrore”. O invece cambiò qualcosa? Per fortuna qualcosa cambiò, benché allora non fossi in grado di capirlo. Con quel triste pellegrinaggio ebbe inizio un processo che definirei di differenziazione dell’orrore, che, per quanto doloroso, era molto più sopportabile di quello stato di torpido gelo interiore in cui ero sprofondato (Dante sapeva bene quel che faceva, quando mise i peccatori più gravi nel ghiaccio). Suppongo che trovarmi di fronte alle macerie di un edificio che ho amato molto in tutta la concretezza dei miei sensi, abbia dato inizio a quel processo di differenziazione, poiché ha separato le macerie fisiche della biblioteca da quelle metafisiche, ha separato ciò che stava di fronte a me come residuo materiale di quello che era stato un edificio, come conseguenza della distruzione nella sfera dell’esistenza materiale, dalle macerie che si possono vedere, dalle macerie che nascono dalla distruzione di una biblioteca, e dunque dalla distruzione nella sfera simbolica e metafisica dell’esistenza. […] Come fare a capire, o perlomeno a intuire, a immaginare le macerie metafisiche invisibili che nascono con la demolizione di un edificio che ospitava una biblioteca?

Foto: Almir Panjeta/Klix.baFoto: Almir Panjeta/Klix.ba

Sin dall’inizio del processo che ho definito di differenziazione dell’orrore, compresi che nella sfera metafisica è necessario distinguere due livelli, ovvero, due forme di macerie che si formano con la distruzione di una biblioteca. Una è il livello simbolico, ovvero la sfera della vita spirituale di una comunità in cui si articolano e si producono i fenomeni che simboleggiano l’esistenza reale di una comunità stessa, ad esempio le istituzioni politico culturali. L’esistenza di una comunità culturale a livello simbolico si produce proprio attraverso istituzioni quali la biblioteca nazionale, il museo nazionale, la filarmonica e il teatro; distruggendo (in modo reale o simbolico) una di queste istituzioni, si diminuisce il grado di esistenza di una comunità, il suo grado di realtà, poiché una comunità, a sua volta, fonda la sua esistenza su queste istituzioni, si da poter dire che la Bosnia-Erzegovina è diventata meno reale dopo la distruzione della Biblioteca Nazionale e Universitaria. Meno reale, perché i simboli di questo genere non sono una mera convinzione; non si può distruggere la Biblioteca Nazionale e Universitaria dell Bosnia-Erzegovina come nome (idea e concetto), come tale continuerà ad esistere finché sarà possibile pronunciare e scrivere la struttura sonora di quel nome e con essa “attivare” il significato e l’idea di quel nome – si tratta quindi, probabilmente, di una cosa eterna; ma una biblioteca è più di un nome e di un concetto, alla maniera dei simboli nella letteratura, è il luogo in cui s’intrecciano e s’integrano a vicenda l’esistenza materiale, quella metafisica e quella simbolica.

[…] Allo stesso modo la vera Biblioteca Nazionale non è quella in cui non potete andare a godere della bellezza dell’edificio (o a imprecare contro la bruttezza di un palazzo che non è, né potrà mai essere un ambiente di lettura), in cui non potete prendere in mano un libro per sentirne il peso e il profumo inconfondibile, o innamorarvi della donna che vi porta i libri o in cui, ancora una volta, chissà per già quante volte, vi convincete che le persone che hanno a che fare con i libri siano provviste di una bontà speciale, caratteristica e riconoscibile. […] A un livello simbolico, la sua inesistenza, la sua assenza dal mondo reale, produce (provoca) un vuoto che ha dimensioni, ma che probabilmente non ha forma. Anche queste sono macerie? Come chiamare, come pensare e comprendere ciò che resta, a livello simbolico dell’esistenza, della distruzione di una biblioteca? […] Come definire (pensare, immaginare, intuire) le macerie (il vuoto) formatesi il 25 agosto 1992, allorché la Vijećnica venne distrutta dalle fiamme? Sono macerie, il vuoto o qualcos’altro? […] E a questo punto s’impone un’altra domanda, ancora più dolorosa: quale quantità spaventosa di presente eterno, impassibile come la materia inorganica, si forma con l’incendio di una biblioteca nazionale?

Queste domande mi perseguitano dall’estate del 1992, e io cerco di convincermi che non è tutto come sembra. Del resto la letteratura esiste anche a livello metafisico, è un libro non è che la sua traccia materiale di tale livello dell’esistenza. La letteratura esiste anche se non la conosco, un testo esiste anche se non lo si legge, ed esiste persino se non lo si può leggere. Desidero fortemente crederci, ho bisogno di crederci. […] Ecco perché mi dedico da quattro anni alla poetica delle macerie, ed ecco il perché di queste pagine di confessione… 

(da Dževad Karahasan,  Sarajevo centro del mondo. Diario di un trasloco, ADV, 2012)

Dževad Karahasan è nato nel 1953 a Duvno, oggi Tomislavgrad, Bosnia Erzegovina. É docente di drammaturgia nelle Università di Sarajevo, Graz e Berlino. Tra le sue opere, la raccolta di saggi O jeziku i strahu (Della lingua e della paura, 1987), che contiene riflessioni anticipatrici della catastrofe, il romanzo Istočni diwan (Il divano orientale, 1989) e Dnevnik selidbe (Il centro del mondo, 1994).

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