“E misi me per l’alto mare aperto”

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Quando si parla della cultura a Sarajevo oggi non si può prescindere dai racconti di quale fosse la situazione culturale durante la guerra. Molti ripensano con orgoglio alla Sarajevo assediata ricordando la viva e multiforme scena culturale e la vasta partecipazione della popolazione alla cosiddetta “resistenza culturale” della città.  Molte iniziative, piccole e grandi sono nate a Sarajevo durante la guerra, e molte di esse persistono tuttora. Il rapporto tra guerra e cultura è vasto e complesso, ma su un aspetto ci potremmo soffermare, seppur brevemente. Perché dedicare del tempo alla cultura durante una guerra, e, soprattutto, quando?

Nihad Kresevljakovic, direttore del Teatro di Guerra di Sarajevo (SARTR), ci parla della guerra come di una fonte di ispirazione per la scena culturale, un’occasione di ricchezza da custodire per il futuro. Le parole di Nihad, pronunciate oggi, servono a dare un senso a quell’esperienza, suonano quasi come una terapia da adottare per ricordarsi di averci provato, a restare umani, e in molti casi di esserci riusciti. Ma in quattro anni di assedio, durante giornate il più delle volte scandite dai colpi dei mortai e dal tormento della fame, qual era il tempo di pensare alla cultura? In che momento Dževad Karahasan si sedeva per scrivere “Il centro del mondo”? Qual era il tempo in cui ci si poteva immaginare e organizzare uno spettacolo teatrale? Quale quello in cui farsi una risata?

Questa cultura, intesa come ogni aspetto della quotidianità perduta, è una realtà che fa male ricordare ma che bisogna provare a difendere. Immagino ognuno degli atti culturali compiuti in tali circostanze come una temporanea fuga dal determinismo imposto dalla guerra. Una breve sosta della vorticosa giostra della sopravvivenza. Interstizi sfuggiti casualmente alla potenza livellatrice degli eventi e usati per prendere aria e ricordarsi di sé. Nonostante la guerra.

In Se questo è un uomo, Primo Levi, racconta di quando tentò di insegnare l’italiano al suo compagno francese Jean. Durante il tratto di strada compiuto per andare alle cucine del campo a prendere la marmitta del pranzo, senza apparente ragione, gli viene in mente il canto di Ulisse di Dante. Levi si sforza di ricordare e tradurre il più possibile, e vuole che Jean capisca, perché ciò vorrebbe dire riuscire a spiegare sé stesso, la propria cultura, il proprio passato, e soprattutto la situazione che entrambi stanno vivendo in quel preciso istante. Una relativa quiete e un’ora di tempo per permettere alla sua cultura, alla forza di ricordare, di trovare lo spazio per manifestarsi. Uno spazio breve, da sfruttare al massimo, prima di venire di nuovo sommersi.

“Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso”

di Giulia Levi

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